domenica di febbraio

  • cerco di scrivere quello che mi sussurra all’orecchio una sbornia inferma che pian piano cede il passo alla realtà ma che ancora fa la sua sincera compagnia. Detta troppo veloce, e su certi suoi pensieri mi soffermo a lungo. e poi li scordo.
  • di ieri sera ho pochi ricordi. Alzandomi, ho ritrovato la vodka sul tavolo in cucina. quindi ho bevuto anche una volta tornato (accompagnato) a casa. Sì, perché sono uscito. Che in realtà volevo solo passeggiare con il lettore mp3 ed estraniarmi da tutto. Bisogno di camminare come un cane ha bisogno della sua corsa. Poi sono entrato in un pub, e poi in un altro pub e poi ancora un altro, e in tutti c’era una fottuta partita di calcio e gente che urlava e commentava e si improvvisava un cazzone di giornalista sportivo da titolo a cinque colonne sulla Gazzetta. Non sopporto il calcio né il fanatismo in genere.
  • C’erano anche belle ragazze nei pub. belle ed eleganti. accompagnate da metrosexual del cazzo. palestrati androgini con sopracciglia curate e tatuaggi da guerriero māori oggi più di moda dei tribali di ieri. Un mix che stonava.
  • Non sopporto tutto ciò che è al di fuori della porta di casa mia. Ma com’è? Me lo chiedo spesso. Tutti i giorni. che dio manda in terra.
  • Ogni giorno divento più misantropo. e sfioro la misoginia.
  • La sera mi drogo di Robinson, Jefferson e Arnold. e poi, sospiro.
  • Non è alcolismo. è la disperazione di vivere. Penso.
  • Mi sono svegliato con la gatta schiena contro schiena. Le braghe del pigiama al rovescio, ma almeno sono riuscito ad infilarlo. meglio che dormire vestito. Il piumone semiappallottolato. il lenzuolo uscito dal rincalzo.
  • Dalle persiane entra un po’ del grigio che è fuori, ma che è più chiaro di quello che è qui dentro.
  • Ritorna la gatta. che secondo me capisce tutto. mi fissa e si acciambella a fianco.
  • Prendo un caffè con tanto latte freddo, un’aspirina e un Moment. E torno quasi nuovo.
  • Poi leggerò altre pagine di Cioran. perché leggere serve anche a capire che c’è gente che la pensa come te. E di compagnia, buona, oggi ce n’è bisogno.
  • E poi, tornerò a dormire. per uccidere questa domenica. E domani, si lavora. fino a sabato prossimo.
  • Ah. ascolterò anche i Motorhead http://www.youtube.com/watch?v=1grhmdzoHrw Un po’.

(Fonte: albertodavko.weebly.com)

95

credo di bere perché ne ho bisogno come una guerra ha bisogno di un armistizio, e io devo far pace con la mia esistenza. Ho un frequente bisogno di bloccare la vita in questa città, di ammorbidire il tempo, scolando VODKA. un bisogno, una necessità accresciutasi nel tempo. negli anni. Devo soffocare quella insofferenzaodio nei confronti di. di.. degli altri, di tutti. Quella mia inquietudine che solo io sento.


E bevo e quando esco se esco è solo per ricercare un pub aperto. perché poi ho bisogno di vedere della gente. che a dir la verità ho solo bisogno di vedere coscelunghefigheetette e incollarle nella mia mente con i bicchieri che trangugio per tornare a casa contento. che poi, contento per cosa. per aver visto cose impossibili da realizzare. che alla fine torno sempre incazzato. E nella testa ti si crea un qualcosa che non sai nemmeno tu cos’è ma che ti porterà a scontrarti con polizia, ambulanze, giudizi della gente. e a rinchiuderti di nuovo in casa perché fuori ti senti un disadattato. E in quella che è un terzo della giornata fatta di 24 ore, sarai in grado di fare più casini nonostante già 12 di quelle ore le avrai passate dormendo. che ti svegli con la sbornia delle ore prima. Quindi, ti alzi ubriaco ma a pranzo, quello che sarà il tuo pranzo, quando sarà l’ora del tuo pranzo beh, una birra o una bottiglia di Falanghina te la farai perché non avrai altro da fare se non ricominciare a scappare dalla vita prima che lei riesca a riprenderti approfittando della tua sbornia che pian piano sfuma via. E sarà tutto un correre.rincorrere.ripetersi.

(Fonte: albertodavko.weebly.com)

X

e poi arriva quel momento della sera, dopo che sono stato tutto il giorno da solo perché non ho avuto voglia né di gente né di suoni. Quel momento in cui il cuore ti suda e ti si spacca dopo essersi crepato di continuo per tutta la giornata, in cui la mente è immobile come poi è stato, anche qui, per tutta la giornata. Ma arriva quel momento della sera in cui tutto ciò si accentua, e ti fotte fino a farti male. anche oggi. come ieri. come i giorni scorsi. come sempre, quasi. Un dolore che conosco e al quale mi trovo sempre impreparato. E quello che vorrei sentire è solo l’odore buono dei capelli di una ragazza.

Come potrebbe finire tutto questo? Tutto questo caos intendo. Non lo so. Non so più che risposta darmi. Sono anni che cerco risposte. La vita non è un film. Non ha una durata precisa né una trama. Non è un genere perché a tratti è comica e a tratti è drammatica. La vita è strana perché l’unica scenografia certa che hai, è il mondo. ma il mondo è troppo vasto per la mia stupida e piccola vita. Per vivere ci vorrebbe il test d’ammissione. “Te la senti di trascorrere 80 anni da inetto?”. Ad averlo saputo avrei messo una X sul “no” e avrei consegnato mandando la commissione a fare in culo. E poi.. probabilmente anche io sarei andato a fare in culo. un po’ come sto andando ora. Ma forse lì sarebbe stato più ex abrupto. un mordi e fuggi. come quegli esami all’università che entri, ti siedi davanti all’assistente, non apri bocca ma hai finito la tua agonia. E qui invece continui a stare davanti all’assistente, immobile. E non sarà lui che morirà prima di te.

(Fonte: albertodavko.weebly.com)

A PRANZO DAI MIEI

Ogni tanto capita, ed ogni volta mi sembra quasi uno sforzo immane dover andare a pranzo a casa di mia madre e di mio padre, insieme. Non perché non gli voglia bene, ma perché non ho nulla da dire e nulla da ascoltare se non i soliti loro “consigli”, i “mi raccomando” e guardo l’orologio non appena mi incammino attendendo che arrivi l’ora di ritornarmene.

“come va? cosa fai? che novità ci sono? ma non è meglio se? ma non è peggio se? e per il resto?”

ogni volta le stesse domande alle quali rispondo con semplici gesti o mugolii da bocca piena e sguardo dentro al piatto: “si. no. non so. tutto ok.”

Il pasto viene consumato con la tv spenta. lo stesso pasto che mi è stato dato tutte le volte che mi sono seduto con loro al tavolo della cucina. la forchetta che infilza nel piatto interrompe il silenzio creatosi nella stanza.

Mamma: “Ho rivisto la tua ex. Quanto è graziosa. Ma perché l’hai lasciata? era così bella. Chissà cosa c’hai tu nella testa. Sei sempre stato strano, sempre bastian contrario. Sempre a far cavolate e stupidate. Ma da dove sei uscito”.

Alberto: continua a masticare

Papà: che non sentendo una mia risposta esordisce con il suo solito “Tua madre però ha ragione” che si conclude dopo un pugno di secondi con un “.. eh, non credi?”.

Alberto: continua a masticare

Mamma rivolta a Papà: “Mica risponde” abbassando gli occhi con viso teso mentre mio padre alza il volto chiudendo le palpebre e ingurgitando un sospiro dal naso accompagnato da un’alzata di spalle.

Alberto: continua a masticare sapendo che in quella stupida frase detta dalla madre ed approvata dal padre, quella frase apparentemente insignificante, sono racchiusi i mille sassi che loro non sono mai riusciti a levarsi dalle scarpe. Sì, perché tu sei stato il figlio che a scuola “la professoressa dice che può fare di più ma non si applica”, che non è entrato al conservatorio, che ha le pigne in testa, che non ha amato studiare ma solo perché (e non se ne sono mai convinti) il percorso di studi che voleva intraprendere era un altro, negatogli. Non era insomma come il ragazzo bravo figlio di Pinco Pallino, e chissà quante altre cose ancora da mettere nella lista ma tu sei arrivato al punto che non hai più voglia né di difenderti né di attaccare. Stringi le palpebre e continui a deglutire i bocconi per fare prima trattenendo tutte le parole che vorresti vomitare. Ma non le vomiti non perché vuoi evitare litigate o sfuriate. più semplicemente, hai solo conati tanto sei arrivato al punto che non te ne importa più nulla e sei abituato ad accusare come fa un bersaglio sul ring.

Alberto: “Bene. Grazie per il pranzo” faccio togliendomi il tovagliolo dal colletto della camicia allacciata al secondo bottone e sorridendo.

Mamma: “No, ma già vai via”. fa dopo aver formattato il cervello.

Papà: “Prendi il caffè dài” indicando la moka già pronta sul fornello alle spalle di mia madre “Basta accendere il gas”

Alberto: si alza. preme il tasto dell’accensione elettrica sotto al primo fornello a sinistra tac-tac-tac-tac-tà e si accende. e aspetta.

Il silenzio della cucina viene sottolineato dalle macchine che passano sotto casa: unamacchina….. duemacchina.. tremacchina………………….. quattromacchina…….. cinquemacchina…… caffè.

Meno male.

Tazzine.

Raccomandazioni sullo zucchero che se ce se ne mette troppo fa male ed è meglio solo il latte oppure, se proprio si deve, quello di canna o meglio ancora il fruttosio perché è naturale.

Me lo strozzo amaro che faccio prima ma l’espressione che ho sulle labbra è quella di colui che ha bevuto un ottimo caffè in un bar al Vomero.

Papà: “Grappino?”

Alberto pensa: “Non mi freghi, vuoi vedere se bevo ancora, lo so. Ma ho un bar a due minuti da qui, sempre che riesca ad uscire da questa cazzo di casa. e come minimo mi andrò a fottere mezza bottiglia di vodka secca d’importazione russa ed un’altra mezza me la fotto a casa, a persiane chiuse. poi dormirò fino a questa notte per quindi uscire e andare a spaccare la faccia al primo stronzo che mi romperà il cazzo e che incontrerò nel mio cammino verso i miei tre pub dopodiché tornerò nel mio letto a dormire vestito, fradicio ed ubriaco come una merda. Detto questo: —- “No grazie, sono a posto così. Adesso vado che si è fatto un po’ tardi per me. Grazie di tutto. Mi raccomado, state bene. Ciao”.

(Fonte: albertodavko.weebly.com)

Delle donne mi piacciono le smorfie che fanno con la bocca. mi piacciono le gambe da quattro dita sopra il ginocchio in giù. mi piacciono gli occhi. i capelli. la loro camera.
mi piacciono quando si preparano per andare a letto. il letto.
mi piacciono al mare. mi piace il bacino. mi piace quando baciano. Mi piacciono quando si preparano per uscire. i vestiti. il trucco leggero. quando scherzano. la voce.
Certe donne mi piacciono quando ti parlano. per come parlano. per quello che dicono.

(Fonte: amazon.it)

47

Ogni giorno mi faccio le stesse domande. ogni notte, me le faccio. E poi tutto finisce in una sbornia colossale. tra le quattro mura di casa. e la gatta a fianco.
E’ poi il mattino quello che odio. Sì perché la sera prima, mentre mi sfascio lo stomaco, anestetizzato via via dalla vodka, me lo dico pure nel continuare a bere. Mi dico più o meno sempre la stessa cosa. E me la dico da anni: “E sentirai domani che cazzi. Il mal di testa. Il fianco. l’acidità. Che devi lavorare e non riesci a fare un cazzo. Che il fegato è talmente appesantito che c’hai sempre sonno. E quando cazzo ti alzi domani?”.
E le sveglie le carico tutte prima. per esser certo di sentirne almeno una.
 
E al risveglio vedo il sole. la luce che entra. La bottiglia vuota che dorme, a terra. come farei io. come ho fatto centinaia di volte.
Rotolo sul pavimento e vado in cucina. Due aspirine in un bicchiere da 0.4 fregato in un pub. E poi l’aspirina non basta e prendo un Moment. Qualsiasi analgesico che possa aiutarmi a sostenere l’intera giornata. Ogni mattina che dio manda sulla terra, mi dico sempre: “Adesso non bevo per una settima”. Ma finisce che regolarmente mi prendo per il culo da solo. Non potrei vivere senza bere. La vita va “corretta”, perché altrimenti ha un sapore di merda. E me ne fotto di chi dice “C’è chi sta peggio”. ancora non hanno capito che degli altri non me ne frega un cazzo. Che non posso campare consolandomi del fatto che c’è chi sta peggio. perché altrimenti devo pensare anche a chi sta meglio. Ma non ci penso. Penso a me. a stare normale io. Tre cose servono nella vita: salute – denaro – amore.
Mancano tutte. Tutte e Tre.
E la depressione “te se magna. Ma te magna a morsi fondi”. Che ogni anno che passa vedi sempre più nero. finché non vedi il nerotutto. e poi, Nulla.
E quando non vedi più nulla, inizi a sentire. a sentire dentro. A sentire un cazzo di freddo al petto. Senti i brividi. Senti quella sensazione come quando scendi dalle montagne russe, a tutta velocità. con la differenza che lì sai che deve finire. Uno, due, tre o quattro cazzi di giri, ma finisce. Qui, hai invece una lunga, lunghissima discesa. E non sai nulla di lei. E nessuno te l’ha mai spiegata prima.
 
Certe volte mi si legge in faccia quanto sono cupo dentro. mi sciolgo solo se bevo. e se sono cupo e bevo, divento cattivo. E inizio a cercare la rissa. Un qualsiasi motivo mi sta bene. basta che ci sia da fare a botte. che poi le prenda o le dia, frega un cazzo. Ho un odio, un’incazzatura dentro che devo sfogare. E tutto perché la realtà e troppo diversa dal sogno che mi aspettavo di vivere, un giorno. E più va avanti il tempo, e più c’è meno tempo per quel sogno. Tutto si fa troppo vecchio per quel sogno. Rimango indietro rispetto a quella che doveva essere la tabella di marcia da seguire.
E tutto va a puttane. A carte all’aria.
vivo con la rabbia. dentro e attorno. E’ pieno di rabbia. tutto e ovunque mi dà e ricorda rabbia.
 
Non voglio sentire nessuna voce, nemmeno la mia. Silenzio. Impegnato solo nel distogliermi dai pensieri.
 
Quando incontro Bruno, mi chiede sempre con quella sua voce impastata dal Martini e quell’allegria artificiale: “Hai preparato la lista? Dammi tre nomi. Perché io tra due o tre anni muoio, ma prima di morire devo ammazzare una decina di stronzi. E voglio ammazzare anche qualche stronzo per gli amici. allora, me l’hai preparata? Non fare che ogni volta devo richiedertela. Qui la lista cresce, poi non c’è più posto”.
Ma tre persone non mi bastano. Io entrerei nei centri commerciali con uno zaino di bombe a mano ed un mitra. Ma ci andrei anche in piazza. Per strada. Al mare. Ucciderei ovunque.
 
E la notte passa insonne. E come sempre finisce che vado a letto verso le 6, quando la giornata inizia. Ed esco che puzzo dell’alcol di qualche ora prima. E la gente pensa che al mattino mi alzo e bevo prima di andare al lavoro. Ma la gente non sa un cazzo. La gente non sa mai un cazzo, ma sa sempre tutto. La gente non sa come ho passato la mia notte, tra pensieri neri. che a loro nemmeno li sfiorano.
L’ultima birra e vodka e me ne vado a letto prima che l’ultima stella venga mangiata dal primo sole.
 
Vorrei uscire da tutta questa mediocrità.
Chiudo gli occhi.

(Fonte: amazon.it)

AL BANCONE DEL PUB(BLIC HOUSE)

Rimani impettito. Impettito quanto immobile. Al bancone del bar. Ordini e fissi la parete di bottiglie. Gli specchi. Sei un mobile tra i mobili nell’immobile del tutto.
Non vai a casa. non hai sonno. non dormi. Hai paura di svegliarti, a dir la verità. per dirla tutta.
L’idea di(n) do(n)mani dà(n)ausea.
E ‘DinDonDan’ ricordi che lo dicevi spesso da piccolo, all’asilo. Ma tu odi la tua infanzia. Non la rivivresti una seconda volta. se non altro per non attraversare il periodo successivo. quello nel mezzo tra l’infanzia ed ora. il più terribile. tra i terribili. che hai passato. Il più lungo. di questi 35 anni. trent’anni praticamente.
Non vorresti esser mai nato. di quei trecentomila spermatozooi, proprio tu dovevi farcela? Una corsa verso il dirupo. E gli altri trecentomila, che fine hanno fatto? Dove si trovano? Come stanno? Chi sono? perché io?
Pensi a quella corda lunga due metri. troppo lunga. ma gli farai fare i giri lungo la trave. e così si accorcerà. Penzolerà anche dalla porta opposta al tuo collo obtorto (vitae).
Chiudi gli occhi. E la luce traspare dalle palpebre. Luce calda. Apri. Ri_apri. Ti alzi lentamente. quasi impacciatamente. Prendi il cappotto tirandotelo, quasi a strapparlo, con un braccio dalla spalliera del seggiolone sul quale ti eri aggrappato. Lo infili e la prima cosa che fai è quella di controllare le tasche. che ci sia tutto. Ti sistemi alla meno peggio. Fai combaciare le due cerniere e tiri su per chiudere. Ti ritocchi il cappotto, per sistemartelo. questa volta. Vai verso la cassa prendendo il portafoglio. Paghi. Saluti. Esci.
Sali in auto.
Accendi.
Accendi anche la radio.
Stai lì un po’.
Pensi.
Ingrani la prima o forse la retro. dipende dal posteggio. dipende da com’è.
Ri_prendi e Ri_parti.
Viaggi la città.
arrivi.
Parcheggi.
Esci.
Portone.
Chiavi.
Ascensore.
Porta.
Gatta
Casa tua. mondo tuo.
Ti spogli e ti vesti e ti bevi l’ultima cosa e ti lavi i denti e ri_bevi e vai a letto.
Con la paura di svegliarti. di_nuovo.

(Fonte: amazon.it)

(VERTICALE)

sono uscito.
ero sobrio.
lei non c’era in città.
e io ho vagato per nulla.
incontro gente. ma non ho voglia di parlare.
che fatica far finta di parlare.
e che fatica proseguire senza vederla.
ragiono dentro di me.
arrivo ad un bar
invito a servirmi una vodka.
obelo ÷. ||. pausa.
sorseggio.
mentre poggio il bicchiere. respiro e sospiro.
ebbè.
tu che problemi hai?
tutti!
e vado avanti a bere.
vodka. ancora vodka grazie. Vodka.
odio mentre bevo.
dio senza “o”.
io senza “d”.
bevo. rifletto. non rifletto. vado.
e lei non c’è.
resto qui.
e.. ma sì.
vodka. ancora un’altra vodka.
oh.. ma ce la fai? chiede lo stupido dietro al bancone.
rifletto.
rilutto.
e vaffanculo.
io bevo quanto mi pare.
e fino a quanto cazzo mi pare.
se tu solo sapessi quello che c’ho nella testa.
se tu solo sapessi quanto ci metterei ad ucciderti ora.
e se tu lo sapessi staresti zitto.
rifletti, stupido stronzo.
e dammi da bere.
ancora.
mettine ancora.
ancora.
t’ho detto ancora.
odio. odio tutto.

(Fonte: lafeltrinelli.it)

MA BERE PERCHE’ TI PORTA A VIVERE?

Ascolti i discorsi al bancone. sgrammaticati e poveri. E pensi che l’oro sono indietro rispetto a te.
‘Libertini’ confusi con ‘libertari’, ecceteri che non ricordo.
 
Ah, quanto avresti voglia di morire!
 
Che voglia di piangere, hai.
 
Vorresti solo una corda per strapparti dalla vita. Il fazzoletto nel taschino, ed il suicidio all’occhiello.
Hai bisogno di respiro. di buio. del mare d’inverno. Di te.
Di urlare. di ululare. di scappare.
Ti senti indietro, confuso. ma attuale. Sei - 6.
 
Non è il tuo tempo qui e vivi a fatica.
che poi, perché vivi?
 
I tuoi occhi dicono più di .. più. Tutto.
Vorresti sì, quella forza necessaria a finire. Impiccato nell’armadio. in ginocchio appeso al termosifone. con la busta di plastica infilata alla testa, a letto. Perché anche i luoghi in cui muori, sono importanti.
Che naso elegante hanno le gatte, pensi. mentre lei quasi che ti ha sentito, e ti raggiunge.
 
Ti accontenti del profumo di una donna. Di andarci a letto non te ne va quasi più. sì, perché non riesci ad andare con chi vorresti andare. Ti ritrovi solo in mezzo a storie che lasciano il tempo che trovano, per entrambi. Torni a bussare in quei letti che hai già conosciuto. E’ solo la voglia di avere un po’ di compagnia o, più probabilmente, di fare semplicemente del sesso da alternare al periodo di masturbazione che stai conoscendo da qualche mese.
E te ne vai nel cuore della notte. Ma te ne vai da quella sua casa solo perché sai che il bar giù al porto è ancora aperto. E vai a bere della vodka. Poi ti rimetti in macchina che hai bevuto ma che guidi prudente, come nessuno saprebbe fare. Ti conosci e non ti perdoneresti di farti trovare ubriaco. Procedi dritto come un fuso, a dieciall’ora, pronto a buttare la bottiglia di birra nel pianale posteriore nel caso ti fermasse la polizia. Ma stasera non ti fermerà nessuno. Guidi bene e preciso. Hai solo troppi pensieri in testa da smaltire.
Parcheggi sotto casa e spegni prima il motore e quindi i fari. La radio rimane accesa. Scoli l’ultimo goccio che se ne va con le ultime note della canzone che ti piace ascoltare. Scendi. Chiudi l’auto. E vai verso il portone. I movimenti sono sempre gli stessi. Prendi le chiavi dalla tasca destra del pantalone che le tieni lì perché le senti meglio e così non le perdi, hai bisogno del loro contatto. Apri il portone e chiami l’ascensore. e nell’attesa che arrivi ti passi la lingua sul palato anestetizzato. ti senti il sapore della bocca Mentre le porte si aprono. Premi il pulsante e sali. Ti gaurdi allo specchio e rimuggini. Le porte si aprono. Schiavi la porta di casa. Ti levi le scarpe e vai verso la camera per spogliarti e gettare tutto a terra. L’ultimo bicchiere, quello della staffa. ci pensi e vai in cucina. Bevi tanto per bere. Torni in camera e maledici la gente. Ma l’impeto d’ira che hai in quel momento è più fiacco della scoreggia di un morente al punto che non riesci nemmeno a concludere il pensiero. Ti butti sul letto. Spegni la luce. Ma vorresti spegnere te stesso.
 
Hai voglia di dormire. Di dormire sempre. Un diversivo, qualcosa perché non sai come riuscire a toglierti la vita che, giorno dopo giorno, ti pesa sempre di più. E dentro di te ripeti in continuazione “Non ce la posso fare. quanto durerò ancora”. E lo ripeti nel silenzio della tua stanza. fissando il nulla. fissando il vuoto. vuoto come ti senti tu. Vedi che laggiù c’è un traguardo. Senti la ‘Fine’ dentro, che hai voglia di raggiungere perché sei stanco. ma è una maratona durante la quale ti sei fermato. Prendi respiro. raccogli fiato anche se corri da solo. Osservi lo strisicone, là in lontananza. Nessuno ti guarda, è un percorso solo per te. E vorresti riprendere a correre ma non hai le forze per tagliare quel traguardo perché non sai come fare. E ti ripeti di nuovo “quanto durerò, ancora”.
 
La memoria non c’è. Le parole ti sfuggono di testa quel secondo prima di riuscire a pronunciarle. Ti arrabbi con te stesso. Hai 35 anni e non sai più usare le giuste parole. Tu che hai letto libri e libri, sei ora l’equivalente di una zolla di terra secca che non è in grado nemmeno di far crescere un trifoglio.
 
Semplicemente, non hai voglia.
 
Prendi il tuo Delorazepam. Socchiudi. Vodka. e respiri.
Quanto odi il mondo. Quanto. Eh, quanto? Troppo.
ODIO
Vuoi un crepuscolo che ti colori d’arancione il ciò che hai davanti.
Sfarfalli. Scervelli.
Chiederesti solo di morire.
Soprattutto quando arriva il buio in abito argento della notte.
Anche questa notte hai messo la lingua in bocca. in una bocca che non ti piace ma questi sono i patti con la vita. “Nulla ti verrà dato come vorrai. accontentati”. La vita è una partita a carte dove ognuno gioca le proprie. Poi, bisogna vedere quali carte ti vengono date. se la mano è buona o meno. E quali hanno gli altri.
Poi ti congedi. Con la morte ti congelerai per un tempo più o meno infinito. Ma chi sei? Chi sarai? Cosa morirai? NESSUNO. Congedato.
La vita è un conoscersi tutti. La morte un totale perdersi di vista. Un punto bianco su un foglio nero.
Sai che stai facendo un passaggio. che sei un filo di seta in uno spazio più grande di te e di tutto. Ma sei di seta. Teoricamente dovresti valere. Mentre gli altri non valgono. Ma gli altri vanno avanti. E tu no.
E osservi.
Ubriaco,
osservi.
Attendi il tuo conto alla rovescia.
 
Se la morte è tutta questa magia.
pisciare nella nebbia, di notte, in una piazzola dell’A14.
l’odore della legna che per alcuni ancora brucia alle 4.28 di un 20 novembre, domenica. Odore che attraversa la carreggiata. Morte fatta di quelle sensazioni che mastichi.
e torni al tuo passato. a quelle domenica di festa.
e ora torni all’alba e non sai nemmeno più come ti chiami.
 
Vivi tra la luce ed il buio. La persiana, le sue righe che ti tagliano la forma, alle tredelpomeriggio di un novembre. Che la luce di quell’ora è come il crepuscolo dei suicidi delle 19 d’estate. Ma tu sei più avanti. Tu sei alla fase successiva. A quella dopo ancora. Li hai superati. Gli altri sono solo degli inetti aspiranti.
Tu sei avanti e prima di tutti gli altri. Nemmeno te lo sai chiarire, ma lo sai. sai che è così. Più che altro, lo senti. ed è inspiegabile. E’ solo un qualcosa fatto di ‘senso’.
 
Dormi con lei. Oggi hai voglia di compagnia. Magari ti aiuta. Ma il fatto che lei russi ti sottolinea il fatto che non puoi vivere quella cosa che cerchi. Stai forzando un qualcosa che non ti appartiene. i film li puoi vedere solo alla tivù. e son più belli al cinematografo.
 
Per ore guardi il cielo. Il blu. bello. E le stelle. punti bianchi.
Fantastichi e ti lasci andare. Son voli pindarici che ti cullano a testa in su.
Ma la vita sai che la farai distruggendoti in strada. E quando avrai finito con la strada, ti rinchiuderai in casa.
 
E non hai più nulla da bere quando i pensieri ti affollano la testa. E dici-“E adesso?”.
Vai a letto. per morire.
E qualcuno dirà, a questo punto: “Bah, troppo pessimista”. Ma solo perché non sa vivere, lo dirà.
 
E ripassi in quelle strade percorse da piccolo, con tua madre giovane. gli stivali fino alle ginocchia ed i capelli neri, linghi, fino alla schiena profonda..
E il cielo era azzurro. E qualche nuvola tirata, strappata.
 
Bevi per renderti più brutto dello schifo che hai attorno in maniera tale che possa superare lo sfacelo che sei costretto a vivere.
 
EpPoi siano maledetti i socialnetworkdelcazzo dove gliaccountvip ti danno quella botta per bruciare l’ultima autostima che hai. Loro-sono. Tu-cazzo.
 
Quante ne faresti. quante ne avresti da raccontare. quante ne hai in testa che non riesci a mettere insieme perché son troppe. Che alla fine non sai nemmeno se gli altri capiranno di quel che scrivi.
Insonnia. Adori l’insonnia. perché adori vivere (nel)la notte. Due frasi in una. Réclame. stile fustino Dixan. Solo per i più attenti.
 
E vivi comportandoti bene. E vedi che chi si comporta bene, chi rispetta, deve invece mettersi da parte.
Non ti ritrovi a guidare la macchina alle 5 del pomeriggio. non ti ritrovi in tutto quel caos. gente nervosa. gente che sai che è lì al volante e non ti fa passare per il solo gusto di non farti passare. e non è una competizione. è solo un non volerti far passare. come accade nel lavoro. come è nella vita. E non vedi l’ora di rientrare in casa. nella tua casa. chiudere la porta e lasciare tutto fuori. tutti fuori. E di andare a dormire. di andare a sognare. perché la realtà non ti piace.
E poi, ti sei stancato di essere sempre la seconda scelta di ogni cosa per la quale ti proponi con la voglia di vincere e arrivare primo.
I coglioni ce li hai ma qualcosa non funziona. qualcosa non va. e tu non riesci a salire sul podio per cui punti. ma la Società vuole importi la convinzione che “volere è potere” e che lo sbagliato allora sei tu. E non è così. e semmai è_“Potere”_che_“è volere”. semmai. Ti guardi attorno e studi chi ce l’ha fatta. Chi ce l’ha fatta rimanendo qui in Italia. E allora forse la vera risposta sta nel fatto che non sai accontentare questa società, come lei vuole essere accontentata.
E’ una questione di livelli. di piani. di misure. di cose che combaciano tra loro. Sottigliezze e dettagli. Ti manca quell’incastro. Quell’anello di Darwin. Tra te, e loro.
Ma non ce la fai. non ti riesce. Sei così. e basta. Sarebbe tanto forzato quanto impacciato provarci, anche se per poco. Eppure oggi possono trasformare un negro in un bianco, un uomo in una donna, e due omossessuali possono avere un figlio.
Eppure, tu non riesci a cambiare. Anzi, nemmeno: ad adattarti.
“Come cazzo sei fatto male”. ti dici.
E sposti il chiavistello di casa. Una vodka. E poi a letto.
 
E quando non hai da bere sei triste. sei spento. Il tuo ubriacarsi secondo loro, non è altro che il tuo fuggire secondo te. Ne hai bisogno. ti stai suicidando senza saperlo, ma lo sai comunque un po’. Una parte di te lo accetta, un’altra no. una terza vive nella perenne, eterna, fredda indecisione.



(Fonte: amazon.it)

DEPRESSIONE

ho i brividi allo stomaco. la testa che mette in random pensieri logorati dal tempo, dall’esperienza, dal tunnel cieco che vivo da quando sono nato. o meglio, da quando ho capito qual è il concetto di “vita”, che cos’è. Ho le mani fredde. Manco di pensieri. di voglia. di desiderio. Una volta avrei pensato volentieri “Chissà cosa farò tra 5 anni”. Se lo penso oggi invece, non oso pensarlo. Magari sarò morto, magari. E allora spero che all’inferno ci sia un pub. e perché no, anche quattro mignotte. Fanno colore. Anche di colore.

E intanto l’inquietudine che ho dentro mi tiene sveglio per un’altra pensierosa notte.

(Fonte: lafeltrinelli.it)